Un trauma non finisce necessariamente quando termina la terapia
Un intervento chirurgico può essere perfettamente riuscito. La fisioterapia può avere recuperato movimento e funzione. Il medico può dirti che tutto procede correttamente.
Eppure tu puoi continuare a non sentirti come prima.
Il corpo guarisce. Ma cosa succede alla persona?
Un incidente, un intervento o un lungo periodo di dolore modificano molto più di un’articolazione.
Cambiano le giornate, il lavoro, il sonno, le abitudini, la fiducia, l’attività sportiva e il rapporto con il proprio corpo. A volte cambia persino il modo in cui immaginiamo il futuro.
Durante la fase sanitaria esistono professionisti precisi per occuparsi di tutto ciò che è diagnosi, terapia e riabilitazione: medico, chirurgo, fisioterapista.
Il mio lavoro non sostituisce nessuno di loro.
Ma esiste un momento successivo nel quale la domanda cambia. Non è più soltanto: “Come faccio a guarire?” Diventa: “Come faccio a tornare a vivere normalmente?”
È qui che per me nasce il Medical Coaching®
Il Medical Coach® può rappresentare un ponte.
Un ponte tra il periodo in cui qualcuno si occupava del tuo problema sanitario e quello in cui devi progressivamente tornare a occuparti della tua vita.
Ricominciare a muoverti. Fidarti. Riprendere un’attività. Organizzare le giornate. Accettare tempi che magari sono diversi da quelli che avresti voluto. Riconoscere compensi e paure. Riprendere il lavoro o lo sport gradualmente.
Non significa curare una patologia. Significa accompagnare la persona mentre ricostruisce la propria normalità.
L’Effetto Coyote
È anche da questa esperienza che nasce uno dei miei libri più personali: “L’Effetto Coyote”.
Il corpo si rompe. Poi viene curato. Ma dentro può essersi rotto qualcos’altro: la sicurezza, l’illusione di essere invulnerabili, la continuità della propria vita, la percezione di chi eravamo.
Il coyote cade continuamente. Sembra distrutto. Eppure, ogni volta, trova il modo di rialzarsi.
Non perché la caduta non faccia male. Ma perché il percorso non termina nella caduta.
Tornare come prima oppure ripartire da qui?
Dopo un trauma cerchiamo spesso disperatamente di tornare quelli di prima. Ma qualche volta la domanda più utile è diversa: “Come posso ripartire bene da dove sono adesso?”
Il corpo può avere bisogno di tempo. La mente anche.
Ed è proprio nel rapporto tra questi due tempi che possono comparire paura, ipervigilanza, perdita di fiducia, difficoltà a riprendere un gesto o il timore che tutto possa succedere nuovamente.
Quando queste difficoltà assumono una dimensione clinica o fanno pensare a un disturbo post-traumatico, la valutazione deve naturalmente essere affidata al medico, allo psicologo o allo specialista competente.
Il coaching non tratta il PTSD. Può però lavorare, quando appropriato e anche in collaborazione con altri professionisti, sulla quotidianità, sugli obiettivi, sulle abitudini, sulla motivazione e sulla progressiva ricostruzione della fiducia.
Anche questo è Metodo Schiasselloni
Il Metodo Schiasselloni nasce proprio dall’idea che non possiamo sempre dividere una persona in pezzi: corpo da una parte, mente dall’altra, prestazione da un’altra ancora.
La persona che torna a correre dopo un incidente porta con sé il corpo che ha subito il trauma e la mente che lo ricorda.
Per questo osservo il quadro nel suo insieme e cerco ancora una volta quella domanda fondamentale: qual è, oggi, la leva più importante sulla quale possiamo realmente lavorare?
Non per sostituire chi cura, ma per aiutare la persona a ritrovare una direzione.
È il principio 20/80 applicato alla ripartenza ed è uno dei fili che collegano il Medical Coach®, “Quando la normalità diventa un’eccezione”, “L’Effetto Coyote” e l’intero Metodo Schiasselloni.