Una delle domande che mi fanno più spesso è: “Ma tu, esattamente, cosa fai?”
Potrei rispondere facendo l’elenco delle mie qualifiche, delle discipline che ho studiato e delle esperienze accumulate in oltre quarant’anni di lavoro tra corpo, sport, postura, coaching, kinesiologia, riflessologia, performance e comportamento.
Ma probabilmente sarebbe la risposta sbagliata.
Perché il punto non è ciò che so fare io. Il punto sei tu e ciò di cui hai bisogno in quel momento.
È da qui che nasce il Metodo Schiasselloni.
Non devi sapere tu quale tecnica ti serve
Hai male al collo. Da chi vai?
Dal fisioterapista? Dall’osteopata? Dal massaggiatore? Dal medico? Da un professionista della postura?
Oppure il problema che senti al collo potrebbe essere collegato anche al modo in cui ti muovi, alla postura, alle tensioni, alla respirazione o alle tue abitudini?
Il mio lavoro comincia da una domanda molto semplice: sei sicuro che il punto in cui senti il problema sia anche il punto da cui il problema parte?
Questo non significa fare diagnosi. La diagnosi appartiene al medico e ai professionisti sanitari abilitati.
Significa invece osservare la persona prima di scegliere lo strumento: come sta in piedi, come cammina, come respira, come muove una spalla, come utilizza il proprio corpo, che cosa racconta, che cosa è successo prima dell’insorgenza del problema e quali compensi ha costruito nel tempo.
E solo dopo decidere quale lavoro possa essere pertinente nell’ambito delle mie competenze.
Un problema cervicale, per esempio
Una persona arriva e dice: “Ho sempre male alla cervicale.”
Posso osservare la postura, la mobilità, il movimento delle spalle, la respirazione e il modo in cui il corpo organizza il gesto.
A seconda di ciò che emerge, il percorso può utilizzare educazione posturale, esercizio, mobilità, stretching, kinesiologia nell’ambito delle Discipline Bio-Naturali, Touch for Health, tecniche riflesse o riflessologia.
Non perché una tecnica sia migliore dell’altra, ma perché non tutte le persone con dolore cervicale sono uguali e, soprattutto, non tutti hanno bisogno della stessa cosa.
I test e gli strumenti della kinesiologia che utilizzo in ambito DBN non sostituiscono esami o diagnosi mediche: mi aiutano a costruire un quadro di osservazione e a decidere come organizzare il mio lavoro.
E nello sport?
Il principio non cambia.
Un atleta mi dice: “Non riesco più a esprimere la mia prestazione.”
La domanda non è immediatamente: “Come lavoriamo sulla mente?” Prima bisogna capire.
Il corpo funziona bene? Il movimento è efficiente? C’è stanchezza? C’è un problema di recupero? La respirazione cambia sotto pressione? Oppure fisicamente è tutto in ordine e il limite compare soprattutto quando deve concentrarsi, decidere o gestire la pressione?
In quel caso la leva potrebbe essere mentale.
Prima osservo il sistema. Poi cerco la leva.
È la stessa logica che porto nello sport di alto livello attraverso il modello SSPI™.
Dopo un trauma o un intervento
Esiste poi un altro momento molto particolare.
La medicina ha fatto il proprio lavoro. Il chirurgo ha operato. Il fisioterapista ha seguito la riabilitazione. Ma la persona non si sente ancora veramente tornata alla propria vita.
Ha paura. Non si fida del corpo. Ha modificato abitudini, lavoro, sonno, movimento. Magari continua a sentirsi fragile anche quando la fase strettamente sanitaria è terminata.
È uno degli spazi nei quali trova senso il mio lavoro come Medical Coach®.
Non faccio fisioterapia e non sostituisco il medico. Posso invece accompagnare la persona nel passaggio dalla fase sanitaria al ritorno alla quotidianità, al movimento, allo sport, al lavoro e soprattutto alla fiducia.
È un tema che conosco anche per esperienza personale e che ho raccontato nei miei libri “Quando la normalità diventa un’eccezione” e “L’Effetto Coyote”.
Mente e corpo non arrivano separati
Lo stesso principio vale in direzione opposta.
Una persona può avere un corpo perfettamente efficiente e continuare a non riuscire a ottenere ciò che desidera.
Perché? Paura. Perdita di concentrazione. Automatismi. Stress. Ipercontrollo. Difficoltà nel prendere una decisione.
In questi casi continuare a lavorare soltanto sul corpo potrebbe non essere la risposta.
Per questo nel mio metodo mente, corpo, respiro, postura e performance non sono compartimenti stagni. Sono parti della stessa persona.
Il vantaggio non è “saper fare tante cose”
Il valore di avere strumenti differenti non consiste nell’utilizzarli tutti. Consiste nel poter scegliere.
A volte serve lavorare sul movimento. A volte sulla postura. A volte sulla percezione corporea. A volte sulle abitudini. A volte sulla mente.
A volte, semplicemente, serve fermarsi e capire che quella persona necessita di un medico o di un altro professionista. Anche questo fa parte del metodo.
I primi tre secondi
Alla base di questo modo di lavorare c’è un principio che negli anni ho trasformato anche in un libro: “La regola dei primi 3 secondi”.
Quando incontro una persona osservo: il corpo, il gesto, il respiro, il modo di parlare, le incongruenze, gli automatismi.
I primi secondi non servono per arrivare a una diagnosi. Servono per raccogliere segnali.
L’intuizione iniziale è soltanto un’ipotesi. Poi deve essere verificata.
È qui che esperienza, osservazione e strumenti differenti iniziano a collegarsi.
Il Metodo Schiasselloni
Alla fine tutto può essere sintetizzato in poche parole: non parto dalla tecnica. Parto dalla persona.
Osservo. Collego. Verifico. Cerco il 20% che può modificare l’80% del problema o dell’obiettivo. E solo allora scelgo il primo passo.
Se vuoi comprendere ancora meglio da dove nasce questo modo di osservare le persone, il percorso continua nell’articolo dedicato a “La regola dei primi 3 secondi” e alla relazione osservativa del dott. Marco Andrea Demartini contenuta nel libro.